Stop ai social per i minori: dall’Australia all’Italia, cosa sta cambiando (e cosa fare in famiglia)

25 Febbraio 2026

Negli ultimi mesi, scorrendo le notizie, noi genitori ci siamo trovati spesso davanti a titoli forti: “L’Australia vieta i social”, “Smartphone vietati a scuola”, “Verso lo stop dei social media agli under 15”.

Se fino a qualche anno fa la tendenza globale era connettere tutti il prima possibile, oggi si sta cambiando direzione. Si parla sempre più di legge sui social media per i bambini e di restrizioni governative. Ma cosa sta succedendo davvero? E soprattutto, mentre i legislatori decidono, cosa possiamo fare noi per tutelare le nostre figlie e i nostri figli? Facciamo il punto della situazione.

Il caso “Australia” da un segnale forte

La notizia che ha fatto più scalpore arriva dall’altra parte del mondo. L’Australia ha approvato una legge storica che impone un divieto dei social agli under 16, obbligando le piattaforme (come TikTok, Instagram o Snapchat) a verificare l’età degli utenti e bloccare l’accesso ai più giovani.

Non è una mossa improvvisata, ma una risposta diretta a una crisi evidente: il governo australiano ha citato i danni alla salute mentale degli adolescenti come motivazione primaria. L’obiettivo è spostare la responsabilità dai genitori (che spesso faticano a controllare) alle aziende tecnologiche, creando un ambiente in cui “essere disconnessi” durante l’infanzia torni ad essere la normalità.

E in Europa? Tra scuole “phone-free” e nuove regole

Anche nel nostro continente il dibattito è acceso. Sebbene non ci sia ancora un divieto totale come quello australiano, molti Paesi europei stanno agendo sulla presenza dello smartphone a scuola.

Dalla Francia, che sta sperimentando il “divieto totale” alle medie, all’Italia, dove le direttive ministeriali hanno fortemente limitato l’uso dei dispositivi in classe anche a fini didattici per i più piccoli. Il messaggio che si vuole lanciare è che la scuola deve tornare a essere uno spazio di relazione autentica, dove ci si guarda negli occhi invece di guardare uno schermo. Si discute sempre più spesso di innalzare l’età minima per i social network senza il consenso dei genitori (che in Italia è fissata a 14 anni) o di introdurre sistemi di verifica dell’età più rigidi per impedire ai minori di aggirare i limiti.

Perché si parla di divieti?

Non è solo una percezione diffusa, ma un’emergenza supportata dai dati. Lo psicologo sociale Jonathan Haidt, nel suo celebre saggio La generazione ansiosa, descrive un fenomeno allarmante: il passaggio radicale da un’infanzia “basata sul gioco” a un’infanzia “basata sul telefono”. Numerosi studi internazionali confermano la sua tesi, correlando l’uso precoce e massiccio dei social media con un drastico aumento di ansia, depressione, disturbi del sonno e problemi di autostima tra i giovanissimi.

Dobbiamo arrenderci all’evidenza: i social sono piattaforme progettate per adulti (e ottimizzate per catturare l’attenzione per ore), non sono adatte al cervello in via di sviluppo di un bambino o di una bambina. Il cyberbullismo e il confronto sociale costante sono sfide emotive troppo grandi da affrontare a 10 o 11 anni.

La proposta italiana

Anche nel nostro Paese qualcosa si sta muovendo, e in modo trasversale. In Parlamento è in discussione una proposta di legge bipartisan. Ecco cosa prevede in sintesi:

  • Divieto under 15. L’idea è vietare l’iscrizione ai social network ai minori di 15 anni (o 14, a seconda degli emendamenti), a meno che non ci sia un consenso esplicito e verificato dei genitori.
  • Verifica dell’età vera. Basta autocertificazioni (“Dichiaro di avere 13 anni”). La legge vuole obbligare le piattaforme a verificare l’età reale degli utenti (tramite SPID, documenti o sistemi terzi sicuri), multando chi non si adegua.
  • Stop allo sfruttamento dei “Baby Influencer”. Finalmente si parla anche di tutele per i minori esposti online a fini commerciali. Le nuove norme prevedono che i guadagni generati dai bambini online siano vincolati su conti a loro intestati fino alla maggiore età, proteggendoli dallo sfruttamento economico.

Aspettando la legge: cosa possiamo fare noi genitori oggi

Le leggi impiegano tempo per essere elaborate, approvate, entrare in vigore e diventare efficaci. Noi genitori, però, non dobbiamo aspettare un decreto per agire. Ricordiamo che la famiglia resta il primo presidio educativo.

Ecco due strade che possiamo percorrere subito:

  1. Ritardare l’accesso. Non c’è fretta! Possiamo dire “no” allo smartphone personale alle elementari o all’inizio delle medie. Ci sono numerose alternative allo smartphone (come gli smartwatch GPS) per garantire la reperibilità senza i rischi della rete aperta.
  2. Regole chiare e condivise. Se i nostri figli hanno già un dispositivo, i divieti assoluti servono a poco. Servono patti chiari: niente schermi a tavola, niente cellulare in camera di notte. Sappiamo bene che mantenere il punto è faticoso e a volte si cede: se capita anche a voi, leggete i nostri consigli su cosa fare quando saltano le regole del cellulare per riprendere il controllo con serenità.

Che arrivino o meno nuove leggi, la protezione del benessere digitale dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze inizia sempre a casa, con il dialogo e il buon esempio.